18) Leibniz. Antropologia filosofica.
Leibniz racconta in questa breve lettura i suoi incontri con i
filosofi del passato e del suo tempo e la sua ricerca di
un'armonia fra i diversi regni.
G. W. Leibniz, Lettera a Remond, da Vienna, il 10 gennaio 1714
(pagina 226).

Non soltanto ho avuto cura di rivolgere ogni cosa agli scopi
dell'edificazione, ma mi sono sforzato di riportare alla luce, e
di riunire, la verit sepolta e dispersa sotto le opinioni delle
diverse scuole filosofiche; e credo di avervi aggiunto qualcosa di
mio, per fare qualche passo avanti. Le occasioni dei miei studi,
fin dalla mia prima giovinezza, mi han dato qualche vantaggio. Ero
ancora fanciullo quando conobbi Aristotele. Perfino gli Scolastici
non mi ripugnavano punto, e non ho per nulla rotto con loro
attualmente. Ma anche Platone, fin da allora, insieme con Plotino,
mi diede qualche soddisfazione, senza dire di altri antichi che
conobbi in seguito.
Libero dalle scuole tradizionali, mi imbattei nei moderni; e mi
ricordo di aver passeggiato da solo in un bosco vicino a Lipsia,
chiamato il Rosenthal, all'et di quindici anni, per riflettere se
fosse opportuno o no conservare le `forme sostanziali'. Alla fine
il meccanicismo prevalse, e mi indusse a studiare le matematiche.
E' vero che non mi addentrai nelle matematiche superiori se non
dopo aver parlato con lo Huygens, a Parigi. Ma, allorch cercai le
ragioni del meccanismo e delle leggi stesse del movimento, fui
estremamente sorpreso nel vedere che era impossibile trovarle
nelle matematiche, e che occorreva ritornare alla metafisica.
Questo mi ricondusse alle entelechie, e dall'aspetto materiale mi
riport al formale; e mi fece alfine capire, dopo parecchie
correzioni e progressi delle mie conoscenze, che le nomadi, o
sostanze semplici, sono le sole sostanze vere, e che le cose
materiali non sono altro che fenomeni, sebbene ben fondati e ben
collegati. E' ci che Platone, e anche i successivi accademici e
gli stessi scettici, intravvidero in parte; ma coloro che vennero
dopo Platone non fecero un uso altrettanto buono quanto il suo di
questa scoperta.
Ho trovato che la maggior parte delle scuole hanno ragione in
buona parte delle cose che sostengono ma non altrettanto in quelle
che negano. I sostenitori della forma, come i platonici e gli
aristotelici, hanno ragione di cercare la fonte delle cose nelle
cause finali e formali: ma hanno torto nel trascurare le cause
efficienti e le materiali, e di inferire da ci come faceva Enrico
Moro in Inghilterra (e, con lui, qualche altra platonico), che vi
sono fenomeni che non si lasciano spiegare meccanicamente. Ma,
d'altra parte, i materialisti, coloro che credono unicamente nella
filosofia meccanicistica, hanno torto di respingere le
considerazioni metafisiche, e di volere spiegare tutto per mezzo
di ci che dipende dalla immaginazione.
Io mi lusingo di aver colto l'armonia tra i diversi regni, e di
aver visto che le due parti hanno ragione, purch non si diano
reciprocamente torto; che tutto si fa, al tempo stesso,
meccanicamente e metafisicamente nei fenomeni della natura, ma che
la fonte della meccanica  la metafisica. E non era facile
scoprire questo mistero, perch non vi sono che poche persone che
si diano la pena di congiungere questi due tipi di studio.
Cartesio l'aveva fatto, ma non abbastanza. Era andato troppo in
fretta nella maggior parte dei suoi insegnamenti, e si pu dire
che la sua filosofia si trovi nel vestibolo della verit. Ci che
pi l'ostacol, fu l'ignoranza delle vere leggi della meccanica o
del movimento, che avrebbero potuto metterlo sulla buona strada.
Lo Huygens se ne accorse per primo, sebbene in modo imperfetto: ma
egli non aveva gusto alcuno per la metafisica, al pari delle altre
persone valenti che l'hanno seguito nello studiare questo
argomento. Nel mio libro ho osservato che, se Cartesio si fosse
accorto che la natura non conserva soltanto la stessa forza, ma
anche la stessa direzione totale nelle leggi del movimento, non
avrebbe ritenuto che l'anima possa cambiare pi facilmente la
direzione che la forza dei corpi: e, allora, sarebbe giunto
direttamente al sistema dell'armonia prestabilita, che  una
conseguenza necessaria della conservazione congiunta della forza e
della direzione.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
tredicesimo, pagine 273-274.
